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#09 Intervista a Paolo Salvi

Paolo Salvi
Paolo Salvi

Nel colloquio con Paolo Salvi emerge il racconto di un’idea originale di design come rielaborazione intellettuale e tecnologica attraverso la morfologia degli oggetti, e come strumento al servizio del comportamento emotivo-razionale dell’individuo.

Di fronte a queste tue opere, a questi multipli consegnati al magico numero di 9, la prima domanda che viene spontanea è: cosa è per te il design?
Oggi si applica questo termine a un qualsiasi prodotto che abbia una ‘forma’ diversa da un’altra. Dal mio punto di vista, invece, il design avrebbe bisogno di riappropriarsi del suo vero significato: produrre oggetti – siano essi di artigianato o industriali – capaci di trasmettere con la loro morfologia il risultato di un’elaborazione intellettuale e tecnologica. Detto con altre parole, quindi, il design è uno strumento di raffigurazione del quotidiano che non è però associato a funzioni abituali e stereotipate, ma che si presenta come un catalizzatore di stimoli di una metafisica mentale. Vale a dire che per me il design è uno strumento al servizio del comportamento emotivo-razionale dell’individuo. È la creazione di oggetti che favoriscono e sostengono un’espressione psichica attraverso l’atteggiamento della persona, senza però avere l’ambizione di dettare regole di comportamento.

Da dove parti nel tuo percorso di progettazione?
Il punto di partenza è sempre nella scelta di un ‘personaggio’ pensato nelle sue componenti affettive e cognitive, sedimentate nel corso del tempo, e costituite da storie, ricordi, interpretazioni. A partire da qui, da questo sguardo psicologico, il ‘personaggio’ prende vita e nasce un prodotto di design la cui importanza non sta nella sua morfologia, ma nella simbologia espressa in una ‘ergonomia psichica’. È in questo percorso che si definisce la forma e con essa i materiali che questa forma incarnano.

Ci fai qualche esempio?
Prendiamo ‘La tavola del misantropo’. Se guardiamo a come la misantropia è stata interpreta nel corso della storia, vediamo che questo atteggiamento si caratterizza come una filosofia dell’avversione contro l’uomo. E la ‘tavola’ – con un solo lato utilizzabile e altri tre obliqui che non possono sostenere alcun oggetto – esprime il dissenso di una possibile amicizia, senza per altro entrare in conflitto con atteggiamenti scortesi o incivili, ma fingendo un’insolita ospitalità. Le gambe rivolte verso gli ospiti sono sagomate a sciabola, sottolineando così ambiguamente la falsa ospitalità, a differenza delle altre gambe dritte e solide, a dare rilievo alla intransigenza del padrone di casa. Il tutto interpretato anche dalla scelta del legno con cui la tavola è stata realizzata: il piano è infatti in frassino, albero che rende i terreni in cui cresce inadatti a qualsiasi altra specie di pianta.

E ‘L’armadio del mitomane’?
Anche qui il punto di partenza è capire chi è il mitomane, interpretarne il suo mondo così come è andato a costituirsi nel corso del tempo. In estrema sintesi, diciamo che il mitomane è un ‘narratore’ che vuole stupire attirando su di sé l’attenzione. Per fare questo elabora episodi ‘virtuali’, composti soltanto da parole non sostanziate da una realtà tangibile. Per questo possiamo creare nel suo spazio abitativo un mobile le cui caratteristiche morfologiche e funzionali rispondono al suo contesto irreale: un armadio per grucce, dove la gruccia assume un’importanza non di una funzionalità quotidiana ma una funzione interpretativa di un mondo fantastico conosciuto soltanto dai fanciulli, quando interpretano personaggi di storie fantasiose. L’oggetto è instabile, sorretto da esili gambe, quasi a conferma della provvisorietà e precarietà dei racconti del mitomane. La parte superiore è realizzata con legno di ontano, un legno ‘ambiguo’, perché permette con adeguate colorazioni di assumere l’aspetto di altri legni. Per le gambe c’è l’olmo, materiale utilizzato a dare sostegno a piante instabili. E per i piedi c’è il carpino bianco, legno tenace all’usura (come tenaci all’usura sono i racconti del mitomane), che compensa la precarietà della struttura sovrastante.

E cosa ci dici del ‘Comò dell’estroverso’?
Questo comò rappresenta la mentalità dall’estroverso, disponibile ad accettare idee e comportamenti di altri: modelli che vivono fuori dal suo pensiero e non dentro di lui. Per questo i cassetti si aprono dalla parte opposta del comò, aiutati nel loro movimento dalla spinta su pomelli di lunghezza e distanza variabile. Pomelli che però non servono per chiudere. In questo modo l’azione di chiusura dei cassetti sarà determinata sempre da una volontà esterna, a conferma del fascino che esercita un modello che soffoca la ricerca di una vitalità creativa. Il legno utilizzato proviene da un albero della famiglia delle magnoliacee, una essenza di legno che assume, grazie a impregnanti, l’aspetto di una varietà di caratteri, tanto da definirlo un ‘legno estroverso’.

Giacomo D. Ghidelli

EstroversoComò dell’estroverso
Estroverso
Estroverso
GrucceGrucce
Grucce
ScalaScala anancastica
SuperbiaCassettiera del superbo
Superbia
Superbia
TavoloTavola del misantropo
Tavolo
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