Cellophane

#08 Utopie dismesse. Le World’s Fairs di Jade Doskow

Jade Doskow, Lost Utopias. World's Fairs New York: Airplane Forms in Transit (1964)
©Jade Doskow, World’s Fairs. New York: Airplane Forms in Transit (1964)

A Jade Doskow l’idea di fotografare i siti delle Esposizioni Universali pare sia venuta a Siviglia quando dalla città vecchia, attraversando il ponte di Calatrava in autobus, si trovò davanti un enigma onirico con le fattezze di rovina archeologica.
Giovanissima e precoce rovina archeologica, che consolidava i frammenti e le mancanze in memoria involontaria quando le premesse annunciavano invece la riconversione del complesso, al termine dell’Esposizione, in un parco scientifico e tecnologico di rilevanza regionale, Cartuja ‘93.

Quel giorno, tempo e spazio finirono col mescolarsi fissandosi sulla sua retina come un ricordo profetico.
Le ex strutture delle World’s Fairs, e i loro gradi di resistenza alla prova del tempo, diventano il soggetto esclusivo della sua ricerca fotografica: i resti di una visione passata del futuro – senza limiti geografici e tangibilmente caduta nell’inerzia funzionale – raccontata al presente.

©Jade Doskow, World's Fairs. Philip Johnson, New York State Pavilion (1964)
©Jade Doskow, World’s Fairs. Philip Johnson, New York State Pavilion (1964)

Con rigore metodologico la Doskow documenta le architetture dormienti che furono, nella loro epoca moderna senza metaldetector, spacciatrici di svago e anestetici democratici per le conflittualità sociali; le foriere del progresso diventate, nel bene e nel male, simboli per una capacità iconica che prendeva le distanze anche formalmente dal vocabolario urbano di riferimento.

Jade Doskow, World's Fairs. Seattle: Washington Universal Fountain (1962)
©Jade Doskow, World’s Fairs. Seattle: Washington Universal Fountain (1962)

Tra queste le ‘Resistenti’ a un destino effimero, che si rivelarono pure le prime, laiche, cattedrali della società industriale (la Tour Eiffel a Parigi, il Perisphere di New York, la Sunsphere a Knoxville,…).

Il sito di New York, Flushing Meadows nel Queens, utilizzato per le Esposizioni del 1939 e del 1964, le ha fornito un fertile terreno di sperimentazione. È qui che immortala il Padiglione dello Stato di New York, The tent of tomorrow, commissionato all’architetto Philip Johnson nel ’64 in occasione dell’Esposizione Universale e l’unico a non essere stato abbattuto. Resta il tetto, scoperchiato, di forma ellittica poggiato su 16 pilastri e l’affronto dell’oblio su un pavimento straordinario che col mosaico riproduceva un’enorme mappa di New York (la Texaco Road Map).

Jade Doskow . World's Fairs. New York: Philip Johnson New York State Pavilion (1964)
©Jade Doskow, . World’s Fairs. New York: Philip Johnson, New York State Pavilion (1964)

E sempre qui, a celebrare in quello stesso anno l’inizio dell’era spaziale e a dominare tuttora l’area di Corona Park c’è anche il colossale mappamondo metallico della Unisphere ideato da Steel, su progetto di Gilmore D. Clarke.

Jade Doskow, World's Fairs. New York: Unisphere (1964)
©Jade Doskow, World’s Fairs. New York: Unisphere (1964)

Una volta scelta la struttura da fotografare, le modalità di approccio tendono a ripetersi come fasi programmatiche. Dai tre agli otto giorni è la sequenza temporale utile per confrontare mappe e verificare posizioni, osservare la qualità della luce nella sua graduale transizione giorno/notte e perfezionare l’inquadratura perché possa assorbire la realtà qualunque essa sia, persone, automobili, bidoni o ristrutturazioni ai limiti della decenza. Dettaglio non trascurabile: mai visitare gli interni prima dell’elaborazione finale delle immagini.

©Jade Doskow, World's Fairs. San Antonio,Texas: Instituto Cultural de Mexico (1968)
©Jade Doskow, World’s Fairs. San Antonio,Texas: Instituto Cultural de Mexico (1968)

 ©Jade Doskow, World's Fairs. San Antonio,Texas: Instituto Cultural de Mexico (1968)
©Jade Doskow, World’s Fairs. San Antonio,Texas: Instituto Cultural de Mexico (1968)

Jade Doskow fotografa lentamente utilizzando una fotocamera di grande formato; così come grande è il formato di stampa finale (dai 40 ai 50 pollici). Una volta eseguita la scansione del negativo passa poi alla post-produzione procedendo con piccoli aggiustamenti tramite Photoshop per rendere al meglio lesioni, fessurazioni, trame, graffi, materiali distintivi degli involucri senza comprometterne la monumentalità.

 ©Jade Doskow, World's Fairs. Brussels: Atomium (1958)
©Jade Doskow, World’s Fairs. Brussels: Atomium (1958)
 ©Jade Doskow, World's Fairs. Brussels: Atomium (1958)
©Jade Doskow, World’s Fairs. Brussels: Atomium (1958)

Come l’acciaio, ad esempio, dell’Atomium costruito a Bruxelles nel 1958 su progetto di André Waterkeyn, o della grande opera monumentale commissionata ad Alexander Calder, uno stabile (ovvero una scultura astratta fissa, tipica della produzione dell’artista americano) che inizialmente portava il titolo di Three Disks / Trois Disque, poi modificato in Man / L’homme, lasciata al grezzo per esibire la sua materialità.

Jade Doskow, World's Fairs. Montreal: Alexander Calder, Man / L’homme (1967)
Jade Doskow, World’s Fairs. Montreal: Alexander Calder, Man / L’homme (1967)

Sempre a Montréal, l’attenzione della fotografa si intrattiene sulle geometrie precise del complesso abitativo Habitat 67:  costruzione monumento dell’architetto Moshe Safdie, costituito da 158 unità abitative e 354 moduli a forma di cubo sospesi tra cielo e terra.

©Jade Doskow, World's Fairs. Montreal: Moshe Safdie, Habitat 67 (1967)
©Jade Doskow, World’s Fairs. Montreal: Moshe Safdie, Habitat 67 (1967)

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Seguendo la cronologia, negli anni Ottanta si arriva a Knoxville, nel Tennessee, per immortalare la Sunsphere che ancora oggi caratterizza la skyline con la sua torre alta 95 metri sormontata da una grande sfera metallica color bronzo.

©Jade Doskow, World's Fairs.  Knoxville,Tennessee: Sunsphere (1982)
©Jade Doskow, World’s Fairs. Knoxville,Tennessee: Sunsphere (1982)

E poi, ancora, la cupola geodetica Biosphère per il Padiglione Americano all’Expo canadese del ’67 dell’inventore statunitense Richard Buckminster Fuller, precursore non soltanto di un concetto abitativo ma di una ricerca che lui sentiva allora essere già di grande attualità, quella sulla sostenibilità delle nostre città.

©Jade Doskow, World's Fairs. Montréal: Buckminster Fuller Geodesic Dome (1967)
©Jade Doskow, World’s Fairs. Montréal: Buckminster Fuller Geodesic Dome (1967)

Concludo con un vuoto non immediatamente colmabile: la curiosità di scoprire come Jade Doskow coglierà i segni del tempo su Expo 2015, che egoisticamente e sfacciatamente preferirei fossero meno impietosi sulla mia vista e sul mio contorno occhi…

Ma intanto, gli occhi, rifacciamoceli sul sito di Jade.

Mentre per i più impazienti suggerisco l’archivio on line di Exposed Project, dinamico osservatorio sulla città in grado di captare i nuovi sguardi sul territorio e restituire in tempo reale i mutamenti sociali e culturali che caratterizzano Milano e il suo hinterland in concomitanza con l’Esposizione Universale. E che continuerà anche dopo la chiusura a documentare ciò che rimarrà quando i padiglioni saranno smantellati.

Cellophane | a cura di Antonella Mazzola

Cellophane | a cura di Antonella Mazzola

Una rubrica fotografica che conserva geografie urbane e sociali, tempi e pose, con l’impegno mensile di riportare l’eco (e talvolta l’umore) del loro essere-al-mondo.
antonella.mazzola@designcontext.net

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