Cellophane

#03 Realism in Rawiya. Resistenze e dintorni

1_Untitled-from-Women-of-Gaza_Tanya-Habjouqa
Senza titolo, da ‘Women of Gaza’ ©Tanya Habjouqa

L’architettura del mondo è, nel suo farsi, ineffabile e per alcuni il suo senso sta nel rovesciare le sovrastrutture cristallizzate nell’immaginario collettivo; luoghi ‘comuni’ ma al contempo remoti, tra stereotipi di genere, semplificazioni e poca conoscenza di contesti che, nell’indolenza mentale dei più, restano confinati in uno spazio temibile, pauroso.
Con uno strascico di commozione per il settantesimo anniversario dalla Liberazione e uno scrupolo del tutto personale – lo ammetto – ho scelto questo mese di trattenere gli occhi resistenti di sei fotografe provenienti da Giordania, Iraq, Iran, Kuwait e Libano che, sotto l’egida del primo collettivo femminile mediorientale (Rawiya), tracciano la geografia irrisolta di una storia intricata fatta di ragioni lontane ma non per questo sbiadite.

Myriam Abdelaziz, Tamara Abdul Hadi, Laura Boushnak, Tanya Habjouqa, Dalia Khamissy e Newsha Tavakolian ‘sistemano’ davanti ai loro obbiettivi identità oscillanti tra dogmatismo religioso e culturale e desiderio di libertà d’espressione globale, che diventano inamovibili dentro i confini, pubblici e privati, di una composizione fotografica lineare e sempre meno allusiva.

Untitled-from-I-Read-I-Write_Laura-Boushnak-2009-2012.1
Senza titolo, da ‘I Read I Write’ ©Laura Boushnak (2009-2012)

‘Realism in Rawiya: Photographic Stories from the Middle East’, titolo della mostra ospitata fino a metà maggio presso la Impressions Gallery di Bradford, prende le mosse proprio dal sottobosco scivoloso che rifugge dalle facili categorizzazioni, sotto la scure di desideri e necessità, diritti e conflitti, trovando nella fotografia artistica l’unico viatico per “respirare in un mondo soffocato dalla censura”.
Il mezzo, nel riavvolgere spazio e tempo (anche libero), restituisce ad esempio con i transessuali ebrei e arabi della Terra Santa un’immagine alternativa e contraria dell’uomo fanatico e intollerante, demistificando anche l’idea del luogo ‘sacro’; oppure testimonia il contributo delle donne nella rivoluzione egiziana, a cui hanno partecipato lottando fianco a fianco degli uomini in piazza Tahrir e nel resto del Paese condividendo fatica, violenze e arresti, come giornaliste, blogger, attiviste, medici, artiste, o semplici manifestanti.

Untitled,-from-the-series--Picture-an-Arab-Man,-2009---ongoing-Tamara-Abdul-Hadi
Senza titolo, da ‘Picture of an Arab Man’, 2009 ongoing ©Tamara Abdul Hadi
Image-from-the-Transition-series,-by-Myriam-Abdelaziz-(2012)
Da ‘Transition series’ (2012) ©Myriam-Abdelaziz

Picture-an-Arab-Man,-2010-2012,--by-Tamara-Abdul-Hadi.4
Senza titolo, da ‘Picture of an Arab Man’, 2010-2012 ongoing ©Tamara Abdul Hadi
Untitled-from-Egyptian-Revolution_Myriam-Abdelaziz
Da ‘Egyptian Revolution’ ©Myriam Abdelaziz

‘Ricompattate’ dopo la guerra civile in Libano (1975-1990) ma ancora guarnite di ricordi, le case private diventano con la Khamissy la storia della vita di donne che sopravvivono con tristezza ignorando la sorte dei loro cari. Intimità domestiche sono pubblicamente esposte insieme alla dignità e alla memoria di chi le ha abitate; gli oggetti lasciati nello stesso punto in cui i proprietari sono stati prelevati dalle autorità, come se ci fosse speranza che, ancora vivi, essi possano tornare a casa.

The-Missing-Lebanon,-2010--ongoing,-by-Dalia-Khamissy--06
‘The Missing Lebanon’,2010 ongoing, ©Dalia Khamissy

Mentre Newsha Tavakolian raffigura l’apparente fierezza delle madri con le foto dei figli caduti durante la guerra tra Iran e Iraq perché solo oggi cominciano a interrogarsi sul senso di queste morti, ora che l’orgoglio patriottico lascia spazio alla desolazione per la perdita.

1_Untitled-from-Mothers-of-Martyrs_Newsha-Tavakolian.jpg-
Senza titolo, da ‘Mothers of Martyrs’ ©Newsha Tavakolian

La Tavakolian si concede però un registro più concettuale e creativo per mettere in scena il ruolo delle donne in quel rinnovamento che solo nell’ultimo decennio ha investito il suo Iran e i Paesi circostanti.

2_Untitled-from-Listen_Newsha-Tavakolian
Senza titolo, da ‘Listen’ ©Newsha Tavakolian

Simbolicamente immobile nel fuoco della fotografia, una ragazza posa in piedi in mezzo alla strada asfaltata. Alle sue spalle palazzi in cemento di un quartiere residenziale di Teheran, viso ammutolito avvolto in uno chador nero e mani infilate dentro insospettabili guantoni da pugile rossi, lo stesso colore che accende le sue labbra di una vanità universalmente emancipata.

Nella foto che apre e chiude questo articolo, tratta dalla serie ‘Women of Gaza’, la luce è calda come quella di un tranquillo e ordinario pomeriggio d’inizio estate, e il bagagliaio di una Fiat 600 – evidentemente non esclusiva di soli amatori – è spalancato come una credenza perché possa contenere le vivande. A Gaza la vita continua nonostante la devastazione e capita di riunirsi con la famiglia, o quel che di essa è rimasta, per godersi un pranzo di fronte al mare. Perché la non accettazione che la sofferenza sia un attributo standard è – tutto sommato – una forma di resistenza.

cellophane11

Cellophane | a cura di Antonella Mazzola

Una rubrica fotografica che conserva geografie urbane e sociali, tempi e pose, con l’impegno mensile di riportare l’eco (e talvolta l’umore) del loro essere-al-mondo.
antonella.mazzola@designcontext.net

Previous post

Metrogramma e Bar Basso per Foodies' Challenge

Next post

Easy Rent City, una città istantanea