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#03 Cibo Vestitivo

1-Guda-KosterGuda Koster

2-Andrea-Branzi
Andrea Branzi

3-Nicole-DextrasNicole Dextras

4-Martine-MargielaMartine Margiela

5-Nick-CaveNick Cave

6-Abito-di-algheAbito di alghe

7-Alexander-McQueenAlexander McQueen

8-PJ-Roggeband,-abito-ortoPJ Roggeband, abito orto

9-Allan-Wexler,-abito-per-raccogliere-la-pioggiaAllan Wexler, abito per raccogliere la pioggia

10-Abito-alveareAbito alveare


Forse un’immagine tempo fa mi ha colpito. Per la mia mostra Dressing Ourself di alcuni anni fa, Andrea Branzi aveva progettato un abito di feltro, su cui era seminata dell’erba. Regolarmente annaffiata e curata, una volta cresciuta si poteva tagliare. E forse anche mangiare. L’immagine è quella di un abito-cibo che si porta con sé. Il che significa che se si cambia abito si può cambiare il cibo. Il che significa che si possono scoprire, trovare, inventare tanti diversi abiti-cibo per una sopravvivenza globale. Forse esistono archetipi di tutto ciò in culture primitive. Forse la nostra capacità progettuale ne può inventare di diversi, più semplici o più complessi. Partire da qui per una ricerca. Partire da qui per progettare il futuro in cui un orto può avvolgerti in un cibo quasi infinito, ricco di ogni ben di Dio. Partire da qui per progettare abiti che diventano strumenti per un’agricoltura diversa, in cui il rito convive con il bisogno, in cui il cibo riacquista il suo valore di nutrimento e di speranza.
Ecco una riflessione: gli ambienti, i mobili, i gadget, gli oggetti per mangiare. La sopravvivenza della specie si realizza attraverso gesti istintivi: respirare, cibarsi, dormire, espellere scorie. Se una persona non compie queste cose muore o è morta. Poi una persona compie altri gesti primordiali: vede, ascolta, parla, gusta, annusa, fa all’amore. La ricerca dell’aria, del cibo, del letto e del sesso sono e restano il problema fondamentale dell’umanità, dopo la lontana chiusura di quel mitologico habitat privo di oggetti, il Paradiso Terrestre. Aria, acqua, terra, fuoco, semi, caccia, pesca, agricoltura. Il crudo e il cotto. Ma soprattutto denaro per comprare il cibo, guerre per conquistare i terreni da coltivare. Da sempre, il più drammatico tema dell’umanità: la fame nel mondo.
Mangiare per sopravvivere, mangiare per vivere, vivere per mangiare, mangiare da morire. O anche mangiare per morire, come insegna Ferreri nel film La grande bouffe. Latte materno, cannibalismo, pugno di riso, hot dog, caviale-ostriche e champagne. Mani, ciotola, cucina da campo, bicchiere in plastica, caffettiera in acciaio, piatto in argento, cucina componibile, cucina computerizzata. Atto intimo, animale, sessuale, culto del deglutire. Recipienti e luoghi di cottura e pranzo. Milioni di raffinati giochi culinari. Tavolo, sedie, posate, bacchette orientali. Nutrizione, comunicazione, rito. Cappuccetto Rosso che porta la sporta di cibo alla nonna: Lupo Mannaro.  Artigianato e industria alimentare. Feste natalizie, mense aziendali e pranzi in ospedale. Progetto di nuovi cibi, di nuove cucine, di nuovi strumenti.
L’umanità è divisa fra sopra- e sotto-alimentazione, perciò la tipologia degli ambienti e degli strumenti per il cibo è ora arcaica, ora sofisticata. Il cibo deve raggiungere uno standard geografico sempre più omogeneo, se l’ipotesi è che tutti gli uomini possano mangiare in modo pariteticamente omogeneo, se l’ipotesi è che tutti gli uomini possano mangiare in modo nutritivamente paritetico. Un genere di alimentazione industriale e di massa. Un’auspicata tendenza che avrà un risvolto negativo: farà perdere la tensione culturale verso il cibo. Mobili, oggetti e cibi saranno sempre più anonimi e funzionali, sempre meno comunicativi e rituali: per l’uomo banale, il cibo diventa pop. Sino a diventare app. Chi oggi progetta e produce cucine e oggetti casalinghi con intenti sperimentali si trova stretto in un circolo vizioso che sembra privo di risoluzione: oscillante tra la nostalgia di un passato culinario irrecuperabile, l’avvenirismo di esasperanti sofismi tecnici e gastronomici, la realtà di un cibo politico, duro e crudele.

La mostra Cibo Vestitivo si svolgerà in concomitanza con l’Expo 2015 in uno spazio di circa 600 m² presso i Frigoriferi Milanesi, partner del progetto. Sono stati selezionati artisti, progettisti e designer da ogni parte del mondo, tutti con un’esperienza specifica in rapporto con il vegetale, vero protagonista di questa imprevedibile mostra; tra gli altri, Andrea Branzi, Alessandro Mendini, Guda Koster, Diana Kovacheva, Samantha Murray, Antony Trinidad,  Alexandra Sorto e James Ostrer.
La mostra sarà probabilmente dislocata in 3 stanze: Stanza delle performance, dove gli attori daranno vita ad alcune rappresentazioni molto particolari, relazionandosi con gli oggetti, con i suoni del paesaggio casalingo (che verranno riprodotti nella stanza) e con i vegetali; Le performance in un video/Il cibo e la musica, dove, per ovvie ragioni di deterioramento dei cibi (o delle materie prime), gli abiti indossati durante le performance inaugurali verranno nei giorni seguenti presentati in video. Sulle 4 pareti della stanza ci saranno 4 schermi a grandezza naturale e l’esposizione verrà arricchita dall’installazione dei suoni della ‘Vegetable Orchestra’.
Nella terza stanza, Cibo Vestitivo, 30 abiti celebreranno il connubio tra cibo, culture, techne e l’essere umano. Gli abiti progettati da un gruppo di artisti e stilisti internazionali verranno realizzati con tecniche inusuali utilizzano alghe, muschi, foglie, frutti, ecc.

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